Valgatara

valgatara010Lungo e travagliato è il processo che porta al distacco della parrocchia di Valgatara dalla pieve di San Floriano. Mentre la chiesa di Marano e altre sono autonome già nel Quattrocento, Valgatara dovrà formalmente attendere fino al 1797 (FERRARI 1983, 38-39).
Su una lenta presa di coscienza dei bisogni religiosi potrebbe avere in
fluito il fatto che Valgatara restò sempre un’aggregazione di vari nuclei minori e solo dopo la ripresa demografica del Quattrocento appare nelle fonti una comunità più compatta e consapevole, che sente con crescente urgenza il bisogno di un cappellano residente. Comunque sia, fatto sta che fino a tutto il XV secolo a Valgatara celebrava periodicamente il clero di San Floriano, di solito nella chiesetta di Santo Stefano (ora San Marco), in località Pozzo, raramente in quella dei Santi Fermo e Rustico. Anche questa bipolarità dei luoghi di culto è stata, forse, inizialmente elemento di ‘disturbo’ per la creazione di una parrocchia: gli stessi fedeli nei testamenti (1408-1450) non mostrano nette preferenze per il cimitero dell’una o dell’altra, anzi, qualcuno sceglie ancora di essere sepolto presso la pieve più ‘prestigiosa’ (VARANINI 1985, 255).
Ai primi del Cinquecento, in ogni modo, i tempi divennero maturi. Era nata una controversia tra i chierici della pieve e la comunità di Valgatara riguardo al pagamento della decima sui 
novalia (territori messi a coltura per la prima volta), poiché gli abitanti rifiutavano di versarla, anzi si lamentavano per la distanza dalla pieve e per l’assenza di un cappellano. La contesa, per la quale gli uomini di Valgatara ingaggiarono addirittura un giurista cittadino, Nicola Guantieri, venne risolta con un compromesso: i fedeli si impegnavano in perpetuo a pagare la decima sui novalia e in cambio ottenevano un sacerdote residente, salariato in parte dalla pieve, in parte dalla comunità, come accadeva spesso. Gli impegni presi in questa transatio (22 aprile 1506) si precisarono nel successivo documento di nomina del primo cappellano, Benedetto da Mantova, eletto dalla vicinìa di Valgatara con il consenso dell’arciprete di San Floriano. Egli avrebbe dovuto celebrare la messa nella chiesa dei Santi Fermo e Rustico i giorni festivi e in quella di Santo Stefano due giorni al mese non festivi; avrebbe poi esercitato la cura d’anime in tutto, eccetto nella sepoltura dei morti (Ivi, 57-60). Rimanevano maggiori obblighi, rispetto alla situazione di Marano, perché erano riservate alla pieve le celebrazioni nelle festività maggiori, ma soprattutto non era stato concesso il fonte battesimale: ufficialmente la chiesa di Valgatara risultava sine cura, condizione in cui rimase, come si è detto, sino a fine Settecento.

Le piccole e continue conquiste degli abitanti fecero sì che, verso metà Settecento, la chiesa dei Santi Fermo e Rustico fosse di fatto considerata parrocchiale. Venne usato questo termine (ma già una volta era ‘sfuggito’ al Giberti: vedi FASANI 1989, I, 437) negli atti della visita effettuata nel 1738 dal vescovo Giovanni Bragadino, al quale fu rivolta l’ennesima, vana istanza di separazione.
Qualche anno più tardi (
1757), i fedeli presero un’iniziativa assai originale, e sintomatica: in aperta sfida all’arciprete e d’accordo con il rettore, i fedeli misero la serratura al tabernacolo, per conservarvi in modo continuativo l’Eucaristia, senza consegnargli la chiave. Il fatto produsse una serie di appelli e sentenze del vescovo e del podestà di Verona, interpretate da ognuna delle parti in causa a proprio vantaggio, dal momento che da un lato era riconosciuta l’autonomia di fatto di Valgatara, dall’altro veniva condannato quel gesto provocatorio. L’emancipazione ufficiale non era molto lontana: sarebbe avvenuta con decreto del vescovo Andrea Avogadro il 24 dicembre 1797 (FERRARI 1983, 37-38).

(tratto dal libro edito dal comune, Marano Valpolicella, 1999)


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